La dittatura dei Like

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Quando i Social Network sono diventati una parte integrante della comunicazione interpersonale piano piano sono diventati anche l’opportunità di poter esprimere la propria opinione da qualsiasi angolo della terra e senza dover avere nemmeno la targhetta del cognitore di causa.

 

L’uomo comune può finalmente esprimere il proprio pensiero a prescindere dalla sua professione, dalla sua appartenenza sociale o dal colore della sua pelle. Bellissimo! Un network globale trasversale dove la libertà è al centro del movimento del network stesso.

 

Quindi anche le grandi aziende, da quelle automobilistiche a quelle cinematografiche hanno cominciato ad utilizzare i social come termometro per indovinare, i gusti e le tendenze sociali del momento ed offrire il meglio al proprio pubblico.

E fino a qui ancora benissimo direi…

 

Le cose si sono complicate quando le major, le grandi aziende, hanno cominciato a scambiare i social come fossero indici di gradimento e a spostare creatività e mercato verso quel tipo di criterio. E’ chiaro che se c’è un grande budget c’è anche la voglia di investire a colpo sicuro e internet che misura tutto può permetterti di capire in tempo reale se stai facendo la cosa giusta o meno.

 

Purtroppo non si sono accorti che la maggior parte dei commenti sui social sono in realtà chiacchiere da bar che talvolta possono diventare sterili e poco incisive, come sappiamo tutti, ma si sa nel bar le parole si dimenticano mentre nei social le parole restano scritte e vengono lette dal prossimo utente che commenterà.

Le parole non sono volatili, restano e a volte costringono quelli che ritenevano interessante avere un rapporto personale con il proprio pubblico a ritirarsi come ad esempio ha fatto Joss Whedon dopo l’uscita di The Avengers: Age of Ultron, accusato di misoginia per il ruolo in cui aveva relegato la Vedova Nera. Oppure si sa nella fortunata serie Games of Thrones gli sceneggiatori si sono confrontanti con i forum dei fans, hanno tenuto conto delle opinioni e tendenze per sviluppare la trama nelle varie stagioni e perfino nelle singole puntate.

 

Qual è quindi il limite tra la creatività e la dittatura dei “mi piace”?

 

Il problema non è che le persone non dovrebbero esprimere la propria opinione, anzi, ci mancherebbe, ma che si incorre nel pericolo che la creatività del singolo diventi patrimonio collettivo, una sorta di lavoro di gruppo in cui pensare e modificare i ruoli o l’essenza di un personaggio e mi riferisco ad esempio ai fan Disney che hanno proposto una rilettura di Frozen dove Elsa alla fine sarebbe lesbica. Disney correrà ai ripari il prossimo film ? Siamo sicuri che gli sceneggiatori non saranno influenzati in qualche modo e penseranno titubanti che forse la scena che avevano in mente può scatenare un’altra rappresaglia di non “mi piace”?

 

Tutto questo non fa in modo che un film di supereroi assomigli davvero troppo all’altro, indipendentemente dai protagonisti? Oppure molto più semplicemente se uno sceneggiatore propone una storia originale qualche produttore non pensi “ma se poi qualche gruppo nei social network si oppone?” e la scarti preferendo il sequel o il remake di qualche film vecchio giocando sul sicuro?

 

E va bene in questa epoca anche il pubblico è creatore, ma in realtà la vera forza dei social è che il pubblico è propositore e così dovrebbe essere valutato ogni commento positivo o negativo, sta alle aziende e ai suoi creativi prendere in considerazione i suggerimenti più opportuni senza farsi fagocitare da idee e opinioni solo per accontentare un gusto che alla fin fine si allontana dalla propria politica aziendale.

 

Ovviamente si può pensare che alla fine c’è anche Vimeo dove eccezionali sceneggiatori, attori in erba, e videomaker producono e distribuiscono cortometraggi più liberi e dove spesso le grandi Major vanno a pizzicare nuovi talenti. Ma come fanno a scegliere? Ah si certo… attraverso il numero di “LIKE” 🙂

 

Dunque forza con i social network , ma attenzione vanno maneggiati con cura!

 

 

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